Sauver Le Darfour dans le monde

Les Somaliens et les Italiens

La Reppublica, 11 Janvier 2007

«Dicono che i bombardamenti servono a colpire i terroristi di
al Qaeda. Ma chi ci rimette è la gente comune, i contadini, i pastori. Stanno
commettendo lo stesso errore che avevano fatto nel 1993. Sappiamo come è
andata a finire, abbiamo dovuto fare i conti con 16 anni di guerra civile. Avete
fatto bene a condannarli, voi italiani». Vecchi stretti nelle giacche
coloniali, il bastone da passeggio intarsiato da fili d´oro, ma anche donne avvolte
nei vestiti colorati, giovani che in questo inferno sanno ancora essere
felici, fermano per strada i giornalisti, perché ci tengono a condannare a voce
alta i raid Usa, che ieri sono stati almeno quattro, anche se Washington non
conferma.
Il governo somalo, bisogna rilevarlo, appoggia l´intervento americano. Ma a
questa obiezione lo sguardo della gente di Mogadiscio diventa una smorfia.
«Il governo non esiste. È sempre stato fuori, lontano. Prima all´estero e poi
al nord, a Baidoa. Arrivano qui, cercano il consenso e la prima cosa che fanno
è applaudire ai massacri. Quelle bombe rischiano di scatenare altre
sparatorie, nuovi attacchi, nuovi morti, nuovo sangue. L´Italia deve fare sentire la
sua voce. Deve imporsi. Noi ci sentiamo italiani. Parliamo italiano, abbiamo
studiato nelle vostre università, ci siamo addestrati con la vostra Polizia,
il vostro Esercito, la vostra Marina. Abbiamo bisogno di voi. Nei nostri
confronti avete un debito morale, oltre che politico. Non vogliamo né francesi,
né inglesi, né americani. Aspettiamo gli italiani». Sono le 10 del mattino.
Travolti da questo abbraccio collettivo, sentiamo a fatica gli spari che si
susseguono in lontananza.
Dietro K-four, la piazza nel quartiere sud, vicino all´aeroporto, già al
centro di un attentato lunedì scorso, c´è stato un nuovo agguato, contro una
postazione dell´esercito etiopico che ha allestito nei pressi il quartiere
generale. È arrivata una «tecnica» e si è messa a sparare all´impazzata. Saranno
stati quattro, forse cinque uomini armati. Un blindato dei soldati è stato
colpito da due razzi rpg. Si è ribaltato e ha preso fuoco. C´è stata la reazione
dei militari e per mezz´ora sono piovute pallottole da tutte le parti. Ci
sono quattro feriti. Uno giace ancora in mezzo alla strada, dopo oltre un´ora.
Nessuno si azzarda a raccattarlo.
Il primo ministro Ali Mohammed Gedi deve incontrare qui i capi famiglia del
grande clan degli Habergidir. Lo precede il ministro degli Interni, Mohammed
Hussein Aidid. Prepara il terreno, riunisce gli uomini d´affari, i religiosi,
gli uomini che contano. La democrazia, in Somalia, si esercita così. La
vecchia sede del Parlamento, non esiste più. È invasa dalla vegetazione,
sforacchiata dai buchi dei proiettili, svuotata, distrutta, ridotta ad uno scheletro
da saccheggiatori e banditi. Le grandi manovre politiche, le trattative, i
negoziati che fissano le alleanze tra i 275 deputati si svolgono nelle ville
rimaste in piedi, gli hotel, qualche volta nei terreni all´aperto. Si discute
in una grande sala, si mangia insieme e poi ci si divide in piccoli gruppi.
Il primo ministro si fa attendere. Gira voce di un secondo attentato, alle
nostre spalle, nel distretto di Yagshid, vicino all´ospedale Arafat.
Stessa azione, stessa tecnica: agguato ad un piccolo convoglio misto
somalo-etiopico, sparatoria, altri feriti. Questa volta c´è un morto, una donna di
37 anni. Il premier Gedi rinuncia, non verrà. Il ministro degli Interni
propone di formare una delegazione che andrà da lui. Ma è un´impresa impossibile.
Questione di principio: un grande clan non lascia il proprio territorio. È il
capo del governo che deve venire in visita. Anche a costo di rischiare
qualche pallottola. I soldati della scorta del ministro Aidid sono nervosi; per le
dichiarazioni che ha fatto a sostegno del raid americano e perché sopporta la
presenza di truppe comunque considerate ostili. Ma il tempo stringe, bisogna
arrivare ad un grande accordo tra tutti i clan e i sottoclan che regolano
gli equilibri e il vero potere in Somalia.
Intanto l´offensiva dell´aviazione americana va avanti: ieri le incursioni
sono state quattro, nella stessa regione del Basso Juba colpita domenica notte
con bombe a guida laser sganciate da un Hercules AC-130 e con i razzi
lanciati dagli elicotteri. Gli attacchi si concentrano su Hayo, Garer, Bankajirow,
Badmadowe, ultimo avamposto delle milizie islamiche. Washington conferma
solo l´attacco di lunedì. Ma i capi famiglia della regione di Ras Kamboni
confermano. Dicono che ci sono stati 40 morti e 109 feriti, che il Kenya continua a
tenere sigillate le frontiere, che i rifugiati sono stretti in una morsa,
che non ci sono più medicine e che molti altri rischiano di morire.
Gli Usa fanno girare la voce che tra domenica e ieri è stato ucciso uno dei
tre grandi ricercati, Mohammed Abdullah Fazul, la mente dell´attentato alle a
mbasciate di Nairobi e Dar el Salam. Ma non sono in grado di dimostrarlo.
Difficile trovare un cadavere o tracce di dna in quell´inferno travolto dalle
esplosioni. Pochi si lanciano in nuove dichiarazioni a sostegno dei raid. Il
presidente Abdullahi Yusuf cede al compromesso, incontra Salat Hassan
Abdulkassim, il vecchio presidente eletto a Gibuti nel 2000 e alleato storico delle
Corti islamiche. Appartiene agli Air, un sotto clan che conta e che può avere
peso nelle trattative in corso in queste ore. Gli Usa vogliono chiudere la
partita con gli uomini di Al Qaeda, il governo è alla disperata ricerca di un
consenso, l´Etiopia teme di rimanere impantanata. Hanno tutti fretta. Tranne i
miliziani islamici: aspettano il buio e riprendono a sparare.