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Darfur: Il Peggio Deve Venire

Vanity Fair, 16 Février 2006

E' vero, ce ne siamo tutti dimenticati. Ma in Sudan la guerra civile non si è mai fermata. Anzi, dopo tre anni di mezze misure da parte dell'Onu, le vite di milioni di innocenti sono sempre più a rischio.

Da tre anni, sotto gli occhi del mondo intero, una brutale contro-insurrezione nella provincia del Darfur, in Sudan, sta provocando una tra le più gravi crisi umanitarie del nostro tempo. L’orrore sembra non aver fine, nonostante l’ampia copertura fornita dai media internazionali, le accuse di genocidio da parte di leader mondiali e le risoluzioni di condanna del Consiglio di Sicurezza dell'Onu.

Finora, almeno 180 mila civili sono stati uccisi e oltre due milioni di persone hanno abbandonato le loro case, mentre le scorrerie delle milizie Janjaweed, sostenute dal governo di Khartoum, hanno imperversato sul territorio, bruciando i villaggi, violentando donne e bambine, distruggendo pozzi d’acqua e coltivazioni, confiscando il bestiame. La maggior parte dei sopravvissuti sono finiti nei campi profughi. La loro condizione è sempre più precaria, in particolare nel Darfur occidentale, vicino alla città di El Geneina e lungo il confine con il Ciad, dove negli ultimi mesi la persistente mancanza di sicurezza ha reso difficile l’accesso degli aiuti umanitari, e nel Sud Darfur attorno a Nyala.

I circa 200 mila rifugiati che sono riusciti a sconfinare nel Ciad sono anch’essi sempre più vulnerabili. Le milizie Janjaweed e i ribelli ciadiani hanno aumentato le loro incursioni, peggiorando i rapporti tra i due paesi con il rischio ora di precipitare in una guerra totale, con ciascun paese a fianco dei ribelli dell’altro, e ciò nonostante il mini-vertice dell’8 febbraio scorso tra i due presidenti.

I negoziati in corso ad Abuja tra il governo di Khartoum e i “ribelli” del Darfur sono finora sostanzialmente falliti. Qualsiasi possibilità di soluzione è stata ostacolata dalle divisioni all’interno dei movimenti dei "ribelli", dall’assenza di una linea condivisa nel governo di unità nazionale, dalla mancanza di coordinamento e di una visione comune tra il gruppo dei mediatori dell’Unione Africana e i loro partner internazionali.

In poche parole, la tragedia del Darfur non solo continua, ma si sta aggravando.

La missione dell’Unione Africana in Sudan (Amis) ha cercato di far qualcosa, ma è troppo piccola e non ha il mandato adatto. L’Amis è composta da 7 mila unità, ma non è neppure capace di raggiungere l’attuale, limitato obiettivo di osservazione del cessate il fuoco, peraltro regolarmente violato. Per portare a termine un mandato che rispecchi le reali necessità sul terreno – centrata in maniera inequivocabile sulla protezione attiva dei civili e delle operazioni umanitarie – la sua consistenza dovrebbe essere due o tre volte più grande.

L’idea di trasformare l’Amis in una missione dell’Onu sta finalmente raccogliendo qualche consenso, ma questo cambiamento da solo non sarà sufficiente. La missione dovrebbe essere istituita in base al Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite e ottenere un forte e chiaro mandato per proteggere se stessa e la popolazione civile, con la forza se necessario, e per disarmare e sciogliere le milizie Janjaweed, che hanno confiscato terre con la forza e rappresentato una minaccia per la popolazione civile. La missione dovrebbe anche poter assistere la Corte Penale Internazionale nelle sue inchieste in Darfur, ad esempio nell’arresto di persone accusate di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra.

Jan Pronk, il Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per il Sudan, ha raccomandato una forza sufficientemente grande da poter provvedere alla sicurezza in tutto il Darfur – si parla di 20 mila unità – e con una capacità che, realisticamente, solo paesi con un assetto militare significativo e dotato di una certa mobilità sono in grado di fornire. Se il governo sudanese, che ha così chiaramente e ripetutamente fallito nella sua responsabilità di proteggere i suoi propri cittadini, si opporrà a tale forza, il Consiglio di Sicurezza dovrebbe imporre delle sanzioni supplementari – oltre che esigere il rispetto di quelle già decise - fintanto che Khartoum non si pieghi.

Anche se più caschi blu, e con un mandato più forte, dovessero partire, non saranno operativi sul campo prima di sei-nove mesi. Nel frattempo, la comunità internazionale ha il dovere di far fronte ai bisogni urgenti in Darfur. Il Consiglio di Sicurezza deve agire subito per rafforzare l’attuale missione dell’Unione Africana con il dispiegamento di ulteriore personale, equipaggiamento, supporto logistico, finanziamenti e altre risorse in provenienza da forze nazionali ed internazionali (incluso la NATO e l’Unione europea), compreso l’invio di elicotteri tattici per migliorare la difesa dei civili. Anche il monitoraggio internazionale della frontiera con il Ciad è una priorità.

A più lungo termine, la comunità internazionale deve sviluppare una strategia che vada al di là della protezione dei milioni di profughi che, peraltro, dovrebbero iniziare a tornare a casa così da avviare il lavoro di ricostruzione. Occorre, quindi, rafforzare e coordinare gli sforzi diplomatici al fine di risolvere il conflitto: l’eventuale soluzione sarà credibile solo se presa nel quadro di una spartizione equa della ricchezza e del potere tra il governo centrale e la provincia, sul modello dell’Accordo di Pace firmato tra Khartoum e i “ribelli” del Sud nel 2005. Ci deve anche essere un forte sostegno alla promozione dello stato di diritto e dei principi democratici nella fase post-conflitto: amnistie o altre forme d’impunità non potranno essere la strada maestra per ottenere una pace sostenibile.

Ma, ora, il compito prioritario è quello di proteggere la vita di civili inermi. Tre anni di inazione o di mezze misure da parte della comunità internazionale non sono serviti a nulla, e le vite di milioni di persone disperate sono sempre di più ad altissimo rischio.

*Membro del Board dell’International Crisis Group e Deputato europeo.