Sauver Le Darfour dans le monde

Darfur, 300mila morti non bastano ancora per intervenire

Pagine Di Difesa, 27 Septembre 2006

29 luglio 2004 “I mezzi di informazione stanno preparando la strada per un intervento militare in Sudan. Un'altra guerra per il petrolio?” Così scriveva John Laughland su Sanders Research Associates; 15 aprile 2005 “Darfur. L'industria della guerra umanitaria torna al lavoro” e poi “Emergenza umanitaria?” Stesse fonti, stessi protagonisti, stessi obiettivi di sempre: intervento militare con lo scopo di disgregare un paese – il Sudan - e mettere le mani sulle sue risorse ( acque del Nilo e petrolio). Una guida ed una lettura ragionata ai documenti che stanno preparando la nuova guerra umanitaria” cosi, invece scriveva “Contropiano”.
Solo due semplici esempi (ma ce ne sono tanti altri) di quanto può essere illogica e di parte alcuna stampa schierata, infischiandosene di quanto realmente succede in determinate parti del mondo, preferendo la disinformazione all’informazione, spesso a discapito di gente che poi muore veramente. Le stesse fonti, oggi nel 2006, invocano un intervento in Darfur per fermare il genocidio. Come del resto magnificano l’intervento dell’Onu in Libano, intervento che, allo stato attuale dei fatti, è del tutto inutile per quanto riguarda il mandato ricevuto viste le ultime dichiarazione del capo di Hezbollah.

Ma come, due anni fa si cercava di fare l’ennesima guerra per il petrolio in Darfur e oggi che nessuno è intervenuto si chiede di fare quella che testualmente viene definita “una guerra a favore dell’industria umanitaria”? Forse che l’intervento in Libano non è più attinente alla cosiddetta industria umanitaria? A quella di Hezbollah di sicuro. Nel frattempo in Darfur sono morte ufficialmente 300mila persone e ci sono quattro milioni di sfollati. Alla faccia della guerra per l’industria umanitaria.

In Darfur si è tornato a sparare come e più di prima e gli accordi di Abuja sono serviti solo alle parti per prendere tempo per riarmarsi. Le milizie Janjaweed (i diavoli a cavallo), che dovevano essere disarmate dal governo sudanese, non solo non sono state disarmate ma ormai non usano nemmeno più i destrieri arabi che li hanno resi famosi. Negli ultimi tempi si muovono a bordo di fiammanti Toyota dotate di moderni cannoncini e mitragliatrici pesanti, hanno le ultime versioni degli Rpg e quando serve hanno anche a disposizione una decina di Tupolev venduti dalla Russia al governo sudanese. Non da meno sono i ribelli che, abbondantemente riforniti dai nemici di Omar al-Bashir (presidente padrone del Sudan) con il Chad in testa, hanno ben pensato di passare sul mercato delle armi a fare acquisti (questo si che è un mercato che tira, altro che il petrolio).

In mezzo a questa “guerra umanitaria” ci sono milioni di poveri disgraziati che non sanno dove andare, non sanno cosa mangiare o bere. Non possono allevare nemmeno un capo di bestiame (fonte principale di sostentamento) tanto meno possono piantare le solite culture di sussistenza. Si devono affidare agli aiuti umanitari che però non possono arrivare in quanto via terra sarebbero attaccati, via aerea neanche a parlarne (finirebbero tutti nelle mani delle parti combattenti). Ci sono alcuni Idp camp protetti dalle truppe dell’Unione Africana ma anche lì la situazione non migliora.

Omar al-Bashir ha categoricamente escluso un intervento delle truppe Onu, non le vuole, mentre ha rinnovato il permesso alle truppe dell’Unione Africana che però non hanno fondi per mantenere la missione e anche a mezzi non sono messi molto bene. In ogni caso, allo stato attuale sono praticamente inutili. Nel frattempo cosa si fa, a parte le solite dichiarazioni d’intenti? Si continua a vendere armi al Sudan e al Chad. Anzi, la spesa militare sudanese è aumentata nonostante non comprenda più la parte meridionale (gli ex ribelli le armi se le comprano da soli).

Allora non si tratta più di fare una ennesima guerra per il petrolio (che poi è quasi totalmente in mano cinese), si tratta di iniziare a provare a salvare un popolo da un vero genocidio, si tratta di prendere decisioni anche drammatiche, si tratta di applicare la stessa “ingerenza umanitaria” applicata a suo tempo nei Balcani, di imporre una “no fly zone” sul Darfur, di imporre l’ingresso di aiuti umanitari urgenti scortati militarmente.

Se l’Onu e l’Unione Europea si sono mossi così velocemente per il Libano, perché non fare altrettanto per il Darfur che in termini prettamente umanitari e mille volte più importante? Forse che non ci sono le stesse priorità strategiche? Forse che i missili Hezbollah o israeliani sono diversi dalle bombe sudanesi? Forse si, provocano più morte e quando non uccidono subito lo fanno indirettamente portando fame e carestia. Trecentomila morti non sono sufficienti per passare finalmente dalle parole ai fatti?